Dario Ferracin e Andrea Resmini - lo spazio sacro

immaginario


Perchè lo spazio sacro.
E' una domanda destinata a rimanere parzialmente senza risposta.
Ci hanno guidato impressioni, desideri, immagini, visioni, ricordi. Elementi terribilmente soggettivi, un terreno che forse la poesia meglio riuscirebbe ad estrarre dagli oscuri recessi della natura alla luce del giorno.

Questa ricerca è nata comunque da un desiderio di viaggio, da un senso di instabilità cresciuto sulle pagine de Le città invisibili di Italo Calvino. L'atmosfera magica, irreale, di assoluta ambiguità temporale e spaziale dei racconti del veneziano Marco Polo a Kublai Kan, le città strane e meravigliose come miniature di un salterio medievale, il senso di sospensione e di perdita, hanno agito come catalizzatore sui nostri fantasmi di strade, città, mari.
Ci siamo addentrati come bambini in una foresta da fiaba, con i nostri pochi sassolini in tasca per vedere dove portava il sentiero, certi che comunque da qualche parte ci sarebbe stata una radura ed un albero al centro, come in Pirra od Ottavia e Tamara.

Perchè esisteva un progetto per questo nostro sentire indistinto, e lo avremmo visto solo oltre gli alberi, se le nuvole si fossero aperte.
In qualche modo, lo sapevamo, questo spazio narrato era un luogo sacro.


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Pianta del tempio di Luxor e ricostruzione di Stonehenge di Inigo Jones.
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Last updated on February 25th 1997