IL PROGETTO

l'approccio operativo alla dinamica evolutiva dell'idea

"Scrivero' i miei pensieri senza ordine, e non, forse, in una confusione priva di un piano; e' l'ordine vero, e che segnera' sempre il mio oggetto col disordine. Farei troppo onore al mio soggetto, se lo trattassi con ordine, poiche' voglio mostrare che non ne e' capace." Pascal

L'INNESCO DEL PROGETTO, DALL'EQUILIBRIO AL DISEQUILIBRIO

Quando dobbiamo intraprendere un progetto proviamo tutti, non solo chi si trova alle prime esperienze progettuali, un senso di vuoto. Questo anche se abbiamo, o pensiamo di avere, un obiettivo preciso del nostro progettare, legato ad una specifica (e soggettiva) idea di qualita' dell'ambiente nel quale vivere. Il senso di vuoto deriva innanzitutto dal fatto che il nostro riferimento concettuale non e' ancora progettuale. Anche se e' teso a perseguire una possibile qualita' ambientale e' teorico, estremamente complesso e contiene richieste non strutturate e formalizzate. E' quindi un obiettivo difficile da esplicitare direttamente in una forma complessa, senza che cio' avvenga attraverso un processo di elaborazione successiva, e quindi lungo una temporalita' progettuale. Il problema che abbiamo davanti nel tramutare la nostra idea in progetto e' relativo a come procedere per esplicitare la nostra ipotesi, come attivare questo processo di elaborazione. Lo smarrimento iniziale davanti ad un progetto non e' infatti dovuto alla mancanza di riferimenti, di richieste, o di possibili ipotesi. E' principalmente dovuto al fatto di trovarsi in una situazione in cui tutto, dalle premesse ai riferimenti, dalle idee architettoniche alle ipotesi tecnologiche, e' immerso in uno stato di equilibrio. Ed il progettare chiede una situazione che e' esattamente il contrario di tutto cio'. Progettare e' controllare ed allo stesso tempo assecondare la dinamica evolutiva di un'idea , e puo' essere valutato, ed operato, essenzialmente sul piano delle dinamiche di trasformazione. E' la trasformazione di una serie di eventi (richieste, idee, riferimenti) in un evento complessivo, complesso e formalizzato. E inoltre questo procedimento non puo' identificarsi con il suo risultato che e', necessariamente, parziale rispetto alla logica attivata La forma finale e' solamente un evento, fra gli altri che sarebbero stati possibili, collocato univocamente nello spazio ed in un punto del tempo. La sensazione di vuoto, all'inizio di un percorso progettuale, e' dovuta essenzialmente alla necessita' di cambiare stato , da uno stato di equilibrio ad una dinamica evolutiva. Solo quando sara' stata innescata questa dinamica il progetto potra' aver luogo, e tutto sara' nella "norma", ossia all'interno di una logica progettuale , una logica di sviluppo. Questa logica progettuale e' lo specifico e riconoscibile strumento di ogni progettista, che lo differenzia ed identifica fra gli altri. Ma e' una logica che si occupa esclusivamente di trasformazione, di morfogenesi. Sistematizza gli strumenti per come andare avanti, come gestire la trasformazione successiva delle forme, sino al risultato finale. Non fornisce pero' direttamente indicazioni ne' strumenti per innescare il progetto. E questo perche' non lo puo' fare, essendo questo campo al di fuori dello stesso campo di pertinenza della dinamica del progettare. E' come se si volessero applicare le regole della termodinamica per comprendere e simulare l'innesco del Big Bang, cio' che avvenne quando inizio' il tempo dell'universo. La problematica, le metodologie operative legate al progettare non possono essere confuse con quelle relative all'innesco di un progetto. I due problemi sono estremamente distinti, in quanto di pertinenza di due mondi logici diversi. Come possiamo innescare una progettazione ? Teoricamente dobbiamo porre qualcosa, nel nostro sistema in equilibrio, capace di scatenare un processo di trasformazione. Una volta attivato il processo, sara' possibile controllarlo attraverso logiche progettuali. Se si trattasse di un problema chimico, potremo rappresentare questa prima operazione come quella dell'innesco di una reazione. Essa si attua, normalmente, ponendo un catalizzatore all'interno della miscela di elementi chimici presenti nel sistema. Questa presenza rende possibile la trasformazione di un elemento chimico in un'altro. Cio' avviene anche se il catalizzatore non compare direttamente nel processo che attiva. O meglio non compare ne' tra i reagenti ne' nei prodotti , ma solo come veicolo attraverso il quale l'evento accade. La trasformazione, una volta innescata, segue le regole proprie di un divenire, e si svolge con il parametro indispensabile del fattore temporale, che non era presente nella fase precedente. Anche per innescare un divenire progettuale dobbiamo inserire il fattore temporale e, probabilmente, utilizzare per questa attivazione un catalizzatore formale . Nei racconti che i progettisti fanno del loro momento di innesco del progetto, del loro personale Big Bang che da inizio al tempo del progettare , si evince che il catalizzatore puo' essere qualunque occasione, purche' capace di stimolare la formalizzazione delle richieste. Come nei processi chimici, molto di rado questo elemento catalizzante entra direttamente nei processi di trasformazione che attiva. Quasi sempre esso e' utile solo all'innesco e/o come stimolo al perdurare della trasformazione, ma solitamente non compare come componente dei risultati. In altre parole le forme che questo catalizzatore stimola non devono necessariamente essere conservate nel progetto. Possono essere solamente delle forme di transizione e, come tali, accettabili anche se non specificatamente pertinenti al risultato che si vuole raggiungere. Se lasciamo parlare il progettista, questi spesso racconta che, davanti al foglio bianco, attiva alcune possibili occasioni che vagano spesso dal casuale all'estremamente soggettivo ed umorale. Puo' raccontarci che segue con la matita le ombre che il sole forma con gli oggetti presenti sul tavolo. Oppure ha l'abitudine di metter sotto il foglio semitrasparente ancora intonso vecchi disegni, riviste, giornali. Altri tendono a rompere l'equilibrio del foglio bianco con immagini casuali o gesti formali astratti ed improbabili. Tafuri ci racconta come Ludovico Quaroni, dopo un'interminabile discussione con gli altri progettisti per iniziare un progetto, abbia improvvisamente appeso un foglio bianco alla parete e, con una matita, girando le spalle allo stesso foglio, vi abbia tracciato uno scarabocchio dicendo: " Questo e' il Progetto! ". L'importante, per tutti, e' avviare il progetto, attivare la dinamica evolutiva della forma in modo da trovarsi, finalmente, all'interno del campo specifico del progettare. Molto spesso il ruolo di catalizzatore e' dato anche dalle esperienze pregresse che non hanno trovato fine nei progetti precedenti. Anche se questi ultimi, per ovvie esigenze professionali, possono essere stati chiusi e (forse) realizzati. Nel nuovo quadro di richieste, di riferimenti e di vincoli, il vecchio paradigma non ancora esaurito nelle sue potenzialita' riprende quota, anche se solo per un attimo. Comunque viene utilizzato non certamente come soluzione precostituita, da perseguire caparbiamente, ma in quanto matrice formale utile per innescare nuovamente la progressione progettuale.

IL CONTESTO AMBIENTALE, MODELLI DINAMICI POSSIBILI

Oltre e parallelamente a questi strumenti deve essere gia' ora valutata la compresenza, nel momento di innesco del progetto, di un sistema dinamico che comunque e' gia' in evoluzione, e col quale il progetto deve continuamente collegarsi: l' ambiente , naturale o artificiale, nel quale il nuovo evento sara' collocato. Il contesto di riferimento di trova infatti, inequivocabilmente, in una situazione dinamica di crescita. Ed innescando il nostro progetto dovremmo, per cosi' dire, prendere al volo il treno gia' in movimento dell'ambiente di riferimento. E questo non solo per l'architettura, dove il nodo della contestualizzazione e' esplicito, ma anche nel progetto di design dove il contesto, anche se variabile, comunque e' in continua trasformazione. Nel design , inoltre, e' fortemente presente anche un secondo aspetto del contesto, che, per altro, diviene una chiave di lettura indispensabile. La dinamica evolutiva dell'oggetto di riferimento, letta attraverso tutte le trasformazioni, evoluzioni ed adattamenti successivi dovuti sia alle nuove tecniche produttive sia alle richieste che cambiano. Il progetto che cresce e l'ambiente/contesto che si evolve sono due storie parallele che, oltre al fatto di essere intimamente connesse e interdipendenti, sono anche, strutturalmente, molto simili. Possono essere ambedue raccontate come strutture morfogeneticamente in evoluzione. L'approccio al contesto, inoltre, deve essere cosiderato con attenzione per cio' che riguarda la plausibilita' ed accettabilita' delle analisi dinamiche che possono essere attuate. Se infatti e' indubbio che il contesto/ambiente di riferimento e' in evoluzione, la dinamica evolutiva che noi leggiamo, e riproponiamo come modello dinamico capace anche di innescare il progetto, e' frutto di una valutazione e interpretazione estremamente soggettiva, sia che si tratti di un contesto artificiale che naturale1. Cio', per fortuna, non inficia la validita' dell'innesco se, come negli esempi precedenti, tale innesco era attivato comunque dal caso. Ma e' ovviamente indispensabile essere consapevoli di questa carica soggettiva. Non e' infatti pensabile che un ridisegno dinamico operato sull'evoluzione in atto nel contesto possa corrispondere, esplicitare una verita'. E', al massimo, una delle verita' possibili. O meglio un posizionare gli eventi leggibili da un particolare punto di osservazione all'interno di un paradigma anch'esso soggettivo, e frutto di un nostro bisogno concettuale di ordine. E' un far emergere possibili sequenze simboliche capaci di riempirsi del nostro immaginario. Noi, infatti possiamo analizzare la dinamica evolutiva del contesto attraverso parametri e valori che sono fra loro intercambiabili ancora prima che differenti. Queste letture potrebbero anche non divergere da quelle correnti, in questo caso assumendo un approccio codificato accademicamente; ma anche in questo caso e' difficile che non si discostino una dall'altra almeno per la struttura gerarchica fra i vari parametri. Ma non e' tutto. Per leggere un'ordine dinamico possibile, individuiamo delle unita' che riteniamo plausibili, e le collochiamo in un albero di relazioni successive. In altre parole individuiamo arbitrariamente delle unita', degli individui/oggetti/eventi possibili che noi riconosciamo in una specie ed ai quali affidiamo il compito (a posteriori) di essere portatori di una capacita' di autoconservazione/evoluzione della stessa specie. E realizziamo questa sistematizzazione alle varie scale. Possiamo individuare come unita' (in evoluzione) gli alberi, le case, ma anche i boschi, le citta'; Oppure le automobili, gli infissi, le panchine, i fari delle auto nel loro sviluppo tecnico/produttivo, e cosi' via. In altre parole, per analizzare l'evoluzione avvenuta in un contesto, o la dinamica evolutiva in atto in un oggetto industriale, ad esempio un'automobile, possiamo individuare delle unita' , ad esempio i fari, il volante, i sedili, l'illuminazione della targa, e tracciare una nostra rilettura della morfogenesi che si e' attuata sino ad oggi. Tutto cio' e' estremamente utile e, forse, indispensabile alla futura crescita del progetto, ma non e' certamente vero . E' gia', per alcuni versi, un orientare progettualmente l'universo indistinto e statico del proprio immaginario. Chiunque altro, infatti, molto probabilmente avrebbe utilizzato altre unita' possibili, ne piu' ne meno pertinenti all'evoluzione "storica", e con quelle avrebbe potuto costruire un modello dinamico altrettanto utile anche se diverso. Se poi, invece di strutturare il nostro universo solamente con unita' (spazi/oggetti) possibili, noi cerchiamo anche di individuare i possibili interfaccia , la possibile formalizzazione delle connessioni fra le varie unita', il nostro modello cresce, a dismisura, di complessita' e di soggettivita' contemporaneamente. Non e' detto, infatti, che in una rilettura delle dinamiche morfogenetiche, non possa ritrovarsi un progressivo emergere di un interfaccia, un progressivo suo accumulare identita' tanto da doverlo ricollocare nel campo delle unita' spaziali, e viceversa. Ma la lettura/rilettura di un possibile codice evolutivo non puo' solamente essere basata su unita' plausibili ed interfaccia. L'elemento portante del disequilibrio e' il sistema di rapporti , l' organizzazione delle sequenze tra le unita'. La soggettivita' dell'approccio ci fa optare, nella ricostruzione di una possibile procedura evolutiva, verso sequenze in sintonia con i nostri riferimenti/bisogni concettuali. Possiamo essere fortemente motivati nell'affrontare ogni oggetto come protesi dell'uomo, e riversare questa lettura preferenziale dell'oggetto-interfaccia fra uomo e ambiente prediligendo la sequenza uomo/volante/ruote/strada a quella, piu' di-staccata ed astrattizzante paraurti/fari/cofano/abitacolo/coda/targa. Ognuna di queste letture e', ovviamente, plusibile. Ma nessuna di esse e', fortunatamente, assiomatica e totalizzante. Anche nell'architettura e' possibile affrontare l'edificio con approcci differenti che prediligono, gerarchicamente, la sequenza involucro-esterno/spazi-interni o viceversa. C'e', in questo, il riflesso dei nostri referenti concettuali, del nostro bisogno di creare gerarchie nelle direzioni di lettura delle sequenze correlando, ad esempio, la fisicita' della sequenza luce/chiaroscuro/ombra a quella funzionale pubblico/privato, a quella simbolica di sacro/profano. L'utilita' di queste riletture del contesto si basa, comunque, proprio sulla sua forte componente soggettiva. Se fosse un "dato di fatto incontrovertibile" sarebbe inutilizzabile come innesco del progetto, anzi annullerebbe la necessita' stessa del progetto che dovrebbe solo esplicitarsi come una estrapolazione della dinamica esaustiva cosi' definita. Essendo invece un disegno soggettivo, raccontera' una prima possibilita' di sviluppo, diverra' il primo paradigma indiziario che, per sua natura, e' tanto piu' efficace quanto piu' e' aperto e non assiomatico, in altri termini, e' disponibile ad incrementare la propria complessita'.

LA DINAMICA EVOLUTIVA, IL CONTROLLO DELLE SCELTE PROGETTUALI

Ma torniamo all'innesco del progetto. Cosa avviene un'attimo dopo che una forma casuale, soggettiva o che, comunque, non voleva essere determinante per il progetto, ha dato inizio alle danze? Tutti gli elementi, sino ad allora diffusi uniformemente nello spazio, mentale e senza tempo, del pre-progetto cominciano a guardarsi intorno e collocarsi. La forma catalizzatrice li posiziona, li orienta nello spazio e fornisce loro delle possibili direttrici di sviluppo. Questa attivita' catalizzatrice e' paragonabile all'emanazione di un profumo di seduzione per gli altri elementi presenti nello spazio a-temporale del pre-progetto. Il tempo del progetto inizia con alcuni elementi/richieste che, attratti, migrano verso l'elemento gia' orientato e strutturano idee di possibili interfaccia, forme di relazioni possibili, sinapsi adatte a possibili connessioni. Questi elementi, nella prima fase, non sono altro che le richieste proprie del progetto. E gli interfaccia non sono altro che le prime proposte di formalizzazione. E interessante notare come il tempo entra in modo determinante nella progettazione. Ogni interfaccia esiste nella storia del progetto per il solo momento che viene formulato, formalizzato ed accettato. Un attimo dopo, una volta operata una scelta, esplicitata la richiesta attraverso una forma, questa forma non e' altro che una ulteriore richiesta al progetto, anche se strutturata su di un livello piu' sofisticato. Ogni forma , frutto di una risposta , ritorna richiesta piu' sofisticata , e migra ancora per strutturare ulteriori interfaccia. Ogni migrazione che un elemento attua produce quindi un possibile interfaccia. Se, nell'evolversi del progetto, i due elementi verranno successivamente sconnessi, rimarra' comunque la presenza, il ricordo di quel possibile interfaccia. E non e' escluso che proprio la presenza di quella possibile formalizzazione, l'interesse a riprodurla, spinga ad altre, imprevedibili, connessioni fra elementi. E con queste prime trasformazioni/evoluzioni il tempo del progetto, la sua stessa storia ,unica fra le altre possibili, comincia ad incidere sulla complessita' successiva dei possibili risultati. Ma le difficolta' di questo primo momento di vita dell'esperienza progettuale sono molteplici. Prima fra tutte il rischio di ritrovarsi, per un errore di valutazione, subito rinchiusi in un nuovo equilibrio, e quindi con la necessita' di ri-iniziare, trovare un nuovo catalizzatore, far ri-nascere il procedimento progettuale. La seconda difficolta' e' insita nella necessita' di operare simultaneamente, soprattutto in questa prima fase, su una pluralita' di scale e su una pluralita' di riferimenti disciplinari. In modo da garantirsi che lo sviluppo avvenga su tutti i vari piani propri di un progetto. E' infatti possibile che il progettare conservi la sua dinamica e spinta propulsiva in alcune scale di intervento, ed invece si riduca rapidamente in altre. Se cio' avviene, il coagularsi di possibili enclave statiche all'interno del processo evolutivo, anche se limitate a specifiche scale, comporta la morte del progetto. Ed il blocco puo' propagarsi rapidamente da una scala, anche poco incidente all'inizio, sino alla totalita'. Ma quando si spegne il motore del progetto? Evidentemente quando non e' piu' capace di evolversi. E' probabile che cio' possa accadere quando l'ipotesi adottata sia eccessivamente schematica e non riesca piu' a rispondere all'incremento, incessante, delle ulteriori richieste che nascono dall'interno dello stesso progetto, ed nonostante cio' il progettista si ostini a non variarla. Oppure nel caso che il progettista non riesca piu' a cogliere le richieste che le stesse forme adottata pongono al progetto, anche se in una sfera di riferimenti piu' sofisticata. Il progetto si di ferma prima di raggiungere i risultati cercati quando il progettista non sa piu' trovare occasioni di nuova progettazione. E quindi opportuno, attivando un'esperienza di progettazione, innescare il processo su molti livelli, coinvolgendo parallelamente i vari campi ai quali operare. Ad esempio dare inizio al tempo simultaneamente sia su alcuni elementi componenti che sulla totalita'. E questo anche in vista di produrre una non-linearita' del processo evolutivo e, in prospettiva, complessita'. In altre parole, se abbiamo come tema del nostro progetto un edificio, possiamo (in via preliminare e senza la necessita' di essere coerenti successivamente con le opzioni adottate) individuare alcuni eventi che potranno essere presenti nell'architettura, e innescare separatamente, ed anche autonomamente, dei processi di evoluzione progettuale su ognuno di questi elementi. In particolare potremmo fare crescere separatamente sia l'immagine architettonica totale, sia i singoli spazi, sia gli interfaccia fra questi. Avremo cosi' piu' elementi in gioco, e quindi piu' possibilita' di mantenere acceso il motore del nostro progetto. Le scelte iniziali possono essere anche le piu' casuali. E' importante ad ogni modo produrle per accrescere le possibili chiavi di lettura. E' questo il ruolo della creativita', anche se molte, e forse la maggior parte di queste scelte parziali operate non permarranno nel progetto. Esse si comporteranno, comunque, come catalizzatori nelle possibili, successive evoluzioni dell'idea architettonica. Se, per esempio, il progetto e' relativo ad un edificio scolastico, possiamo attivare possibili sub-progetti relativi alle aule, all'aula magna, al corridoio come spazio di scambio, al giardino/patio, e cosi' via; ma anche, simultaneamente, sull'immagine totale dell'edificio o, ad una scala completamente diversa, sul carattere delle aperture come interfaccia interno/esterno. Anche senza valutare immediatamente le possibili connessioni necessarie fra questi eventi; valutazioni indispensabili quando realmente dovranno fare parte integrante della nostra architettura. Anzi, se le scelte parziali operate in questo momento iniziale sono non-connesse reciprocamente, addiritura contradditorie una con l'altra, offriranno, proprio per questa non-omogeneizzazione preventiva, una garanzia di produrre disequilibrio , quindi carburante per il processo evolutivo. A quelle che vengono poste come richieste di base (caratteristiche dimensionali, funzionali, di costo, etc.), e che poniamo come "elementi" del nostro universo ancora statico, aggiungiamo quindi tutta una serie di altre richieste, anche contradditorie reciprocamente, che non assumiamo tutte come necessarie , ma che per il fatto che provengono dal nostro immaginario soggettivo, cominciano a costruire un primo strato di senso sull'ambiente virtuale che stiamo disegnando. A questo punto la prima reazione e' avviata: ognuno di questi elementi/richieste aggiunte puo' essere capace di orientare, magnetizzare l'universo statico del pre-progetto. E' sufficente iniziare a rappresentare uno di questi elementi che il campo si orienta lungo una delle possibili tracce geometriche che sono proprie del catalizzatore. Cio' e' sufficente perche' ogni riferimento successivo intervenga sul preesistente modificandolo, e strutturando successive forme, dovute all'avvicinarsi e fondersi dei vari riferimenti. Lo scopo di questo primo lavoro, che e' opportuno ripetere molte volte partendo alternativamente da un elemento o da un'altro, non e', e non deve essere, la ricerca della soluzione. Lo scopo e' duplice. Da una parte quello di eliminare i detriti di categoricita' che i riferimenti, sia storico/culturali che casuali ed emozionali/soggettivi ancora possiedono. Per fare emergere quello che, gia' da prima, sottintendevano: la sfaccettatura capace di riflettere e realizzare la nostra idea di architettura, di oggetto, di citta'. Il secondo scopo e' quello di produrre stimoli , successive richieste da soddisfare, complessita' . Le forme che, formalizzazione dopo formalizzazione, produciamo, oltre a perdere sempre di piu' la capacita' di identificarsi ed alludere al riferimento utilizzato produrranno contiguita', situazioni, occasioni di ulteriori formalizzazioni. Quindi eventi che, ponendosi come possibili richieste ulteriori, saranno di stimolo all'evoluzione del progetto. I riferimenti casuali ed improbabili, quegli elementi utilizzati sin'ora come attivatori di disequilibrio, entreranno quindi in un processo di ridimensionamento successivo che e' proprio del ruolo che avevamo dato loro, quello di catalizzatori. Saranno stati veicolo del nostro pensiero progettuale, non fini da raggiungere.

LA QUALITA' ,Definizione degli obiettivi

Se tutto cio' e' servito ad innescare la progettazione, tutto quello che abbiamo operato finora non e' ancora progettazione. Ci troviamo infatti di fronte un'universo che si anima; eventi, forme, richieste, riferimenti che entrano in collisione uno con l'altro; ma ancora un universo che non procede secondo una specifica ed identificabile linea evolutiva . Il progettare e' infatti questo: attivare una logica di sviluppo capace di controllare l'evoluzione del sistema verso un obiettivo. La difficolta' consiste nel fatto che questo obiettivo noi non lo conosciamo ancora. E' vero che ne conosciamo alcuni attributi, tali da definirne, in negativo, il grado di qualita', ma non conosciamo come questi attributi potranno esplicitarsi nella forma artificiale che stiamo creando. Progettare e' quindi controllare un processo dinamico di sviluppo senza sapere esattamente dove questo sviluppo portera', ma ipotizzando solo alcune qualita' di questo esito possibile, come rispondenze all'immaginario soggettivo di riferimento, anch'esso in trasformazione. Anzi, occorre essere consapevoli del fatto che, se pensassimo di esserci configurati esattamente l'obiettivo finale da raggiungere, fermeremmo il processo stesso della progettazione. E se cio' accadesse troppo presto, immaturamente, avremmo abortito un risultato senza qualita', un risultato ancora troppo legato a visioni parziali e fortemente categoriche nella loro acerba soggettivita', incapace di rispondere adattivamente alle richieste possibili ed imprevedibili dell'uomo. Progettare e' controllare un processo imprevedibile nelle caratteristiche specifiche dei risultati contingenti, ma prevedibile, anzi auspicabile, nelle caratteristiche qualitative degli stessi esiti. Il campo proprio dell'attivita' di progettazione e' attivare una logica di controllo. E' definire una modalita' di comportamento rispetto alla contingenza, al casuale, al proliferare delle richieste e della complessita'. E' delineare una ulteriore (e soggettiva) scala di valori, sempre in trasformazione, tale da permetterci di operare, in progress, scelte di gerarchizzazione tra eventi simultanei; che sono sempre diverse e tendenzialmente producono adattivita'. Di fatto e' strutturare quello che comunemente viene definito un sistema dinamico ad evoluzione non prevedibile, un sistema caotico , capace di procedere verso la complessita' con modalita' tali che ogni esito, comunque diverso, sara' sempre riconoscibile dalle connotazioni di specie, dalla riconoscibilita' dell'approccio logico attuato. La stessa storia progettuale che, a fronte di una serie imprevedibile di eventi contingenti, avra' luogo, sara' sempre una delle possibili storie parallele virtualmente percorribili, e riconoscibili dalla medesima modalita' di approccio al casuale, all'inaspettato.

PARADIGMI INDIZIARI E SOGGETTIVITA'

Il passo successivo all'innesco del progetto e' quindi quello dell'attivazione della propria logica progettuale. Che sara', evidentemente, soggettiva e differenziata per ogni progettista. Ma con caratteri ed elementi strutturali in comune. Primo fra tutti il fatto di utilizzare un paradigma indiziario , o meglio una serie di paradigmi indiziari successivi che segneranno l'evoluzione del progetto attraverso momenti di sviluppo lineare e, alternativamente, momenti di salto . Il paradigma indiziario e' un'ipotesi soggettiva di organizzazione non solo degli elementi/richieste esistenti, ma soprattutto di quelli a venire, ancora sconosciuti ed imperscrutabili. E' quindi una scommessa, una sfida. Come per tutte le scommesse, per ogni sfida che lanciamo, l'obiettivo e' quello di vincere. In questo caso quello di riuscire, con la nostra ipotesi organizzativa, con il nostro paradigma indiziario, a cogliere ed indirizzare gli sviluppi possibili, di trovarci preparati ad ogni evento futuro, ad ogni aumento improvviso di complessita'. Ma, nello stesso momento, e' uno strumento che deve essere utilizzato al meglio. Quando si deteriora, quando non risponde piu' all'incremento di richieste che lo stesso progetto genera, deve essere sostituito senza rimpianti, e con un'altro paradigma piu' pertinente al livello di complessita' raggiunto. Che cosa e', praticamente, un paradigma indiziario, e quando e come deve essere sostituito. E' uno strumento di controllo dell'evoluzione. Ogni progettista utilizza paradigmi indiziari di tipo differente, anche se normalmente contengono alcuni dispositivi di controllo di tipo geometrico, topologico, dimensionale, gerarchico e regole sul rapporto norma/eccezione. Possono anche contenere una struttura di controllo tipologico, ma divengono allora troppo condizionanti e restrittivi. Il tipo e' gia' matrice formale, e se si assumono gli aspetti tipologici come elementi strutturali condizionanti, di fatto si riduce la possibilita' di sviluppo dell'idea. E' preferibile sistematizzare le richieste ed utilizzarle come elementi necessari ma fluttuanti ed agganciabili da ogni lato, come gli altri elementi/richieste in gioco. In pratica, gli strumenti di controllo propri di un paradigma indiziario dovrebbero limitarsi al controllo di come procedere, come aggregare eventi, come trasformare possibilita' e forme e non avere insite strutture che contengono gia' una risposta organizzata. Tutte le risposte prestrutturate inducono a cortocircuitare il processo, a semplificare il procedimento. E questa contrazione non e', per il progettista, un vantaggio. Rischia di collocarlo, nuovamente, nella palude dell'equilibrio, del tutto gia' risolto nascondandogli, scippandogli la possibilita' di trasformare i problemi in nuove occasioni di progetto, di accumulare possibili formalizzazioni inutilizzate come retroterra di stimoli capaci di catalizzare il proseguimento dell'evoluzione progettuale. Analizziamo, uno dopo l'altro, i possibili strumenti di controllo che formano un paradigma indiziario.

MATRICI GEOMETRICHE

La geometria e' senza dubbio uno degli strumenti piu' efficaci. E' sicuramente un'indicazione di come cresce una struttura complessa prescindendo da indicazioni su che cosa debba contenere. E possiede un'ulteriore vantaggio: prescinde dalla scala, o meglio, attua un controllo sul progressivo passaggio da una scala all'altra, dalla totalita' alla forma dei singoli componenti. Vi sono, naturalmente, molti tipi di geometria ai quali e' possibile riferirsi nella costruzione di un paradigma. Dalla trama ortogonale alla geometria frattale. La trama ortogonale e', forse, la geometria piu' facilmente abbordabile e, tutto sommato, anche una delle possibilita' che garantisce maggiori vantaggi. Il vantaggio principale di uno strumento di controllo e' quello di essere capace di controllare, e quindi di adattarsi, a situazioni impreviste e diverse. Una trama geometrica ortogonale puo', a differenza, ad esempio, di una trama triangolare a sessanta gradi, strutturare differenze nei campi, passando da prismi quadrati a prismi rettangolari di vario tipo e contenere facilmente slittamenti progressivi verso altre configurazioni. Una trama a sessanta gradi, invece, produrra' preferibilmente solo prismi aventi per base un triangolo equilatero. Ma non e' detto, anzi non e' nemmeno auspicabile, che il controllo geometrico avvenga con una sola trama geometrica. Seguendo la logica di approccio che abbiamo sino ad ora adottato, gli strumenti piu' interessanti, quelli che garantiscono maggiormente la crescita del progetto, sono anche quelli che creano dinamiche di sviluppo. Se noi adottiamo piu' trame geometriche, simultanee e parallele, strutturando concettualmente le modalita' di trasmigrazione da una all'altra, ci mettiamo nella condizione di possedere non solo ulteriori vie di uscita rispetto all'evoluzione imprevedibile del progetto, ma anche, e soprattutto, piu' alternative alle scelte, piu' ricettori delle possibili, pensate e pensabili, formalizzazioni vaganti che formano il nostro retroterra di riferimento. Un discorso a parte merita l'uso della geometria frattale che, come simmetria/omotetia, e' da sempre stata utilizzata nell'architettura. La geometria frattale e', infatti, uno degli strumenti di controllo classici del passaggio di scala, sia per cio' che riguarda le forme naturali, sia per cio' che riguarda l'architettura di ogni epoca e cultura. La geometria frattale simula e controlla il come (il come e' una costante della geometria) si passa da una scala all'altra, le procedure da seguire. Se, ad esempio, prendiamo una forma disegnata in un foglio di carta, la fotocopiamo con un fattore di riduzione sempre uguale mentre simultaneamente ruotiamo il foglio sempre degli stessi gradi, poi la poniamo sul primo foglio e ripetiamo l'operazione, otteremo dopo alcuni passaggi una forma complessa, quasi naturale ma perfettamente controllabile. E la avremo generata con una procedura iterativa di tipo frattale. Se, parallelamente a tutto cio', decidiamo che ogni quadrato presente nel paradigma indiziario puo' essere diviso secondo assi ad un terzo dei lati, in modo da formare due rettangoli e due quadrati, ed i quadrati risultanti possono subire iterativamente lo stesso processo, abbiamo definito una procedura di controllo della formalizzazione anche in stati di successiva complessita'. Questo controllo, operato sulla procedura del passaggio di scala, e' tipica sia del lavoro di progettazione che della geometria frattaleFig 1. E' infatti usuale, in progetti nati in uno stesso momento storico e culturale, o nei progetti di uno stesso architetto, che vengano attuate medesime procedure di trasformazione progressiva della forma nel passaggio da una scala ad un'altra; dalla forma dell'edificio al disegno del portale, dal capitello alla geometria della decorazione della mattonella, dalla stereometria dell'oggetto industriale alla texture della decorazione. La matrice geometrica all'interno di un paradigma di controllo puo' e deve avere due tipi di valenza: la possibilita' di operare come struttura di innesco fra eventi alla stessa scala, orientando possibili forme di interfaccia, e quella di fornire modalita' e procedure nel passaggio da una scala all'altra, riverberando matrici formali come possibile veicolo dell'incremento di complessita'.

MATRICI TOPOLOGICHE

Un secondo campo nel quale e' opportuno attivare strumenti di controllo adeguati, e inserirli nel proprio paradigma indiziario riguarda gli aspetti topologici. Una possibilita' di attivare questo settore e' data dalla possibile costruzione, concettuale, di particolari sequenze . In pratica e' possibile individuare e definire le modalita' di come, nello spazio ambientale, ci si avvicina ad un luogo/oggetto, come si passa da uno spazio/oggetto ad un'altro, poi ad un'altro ancora, etc. Le sequenze piu' immediate sulle quali e' possibile individuare e strutturare modalita' di configurazione possibile sono quelle che concatenano, nell'ambiente artificiale, gli spazi piu' esterni a quelli piu' interni, le sequenze successive del passaggio dal pubblico al privato. Sequenze che possono essere anche lette, come ad esempio nei templi greci, come passaggio dal sacro al profano attraverso sequenze dalla luce all'ombra, e dove le colonne, con le loro scanalature illuminate dal sole, erano l'interfaccia nel quale coesistevano simultaneamente la luce e l'ombra. Questo tipo di strumento di controllo dell'evoluzione fornisce, ad ogni incremento di complessita' del progetto, nuove e precise richieste funzionali, che richiedono risposte adeguate a specifici bisogni. Si tratta pero', di un particolare settore funzionale, che puo' essere individuato come funzione simbolica. Simbolica in quanto prescinde da contenuti oggettivi per indirizzare verso specifiche modalita' di sviluppo i possibili estemporanei contenuti soggettivi. Il simbolico e', come afferma Cassirer, un medium onnicomprensivo. Questa sua specificita' e' quindi in linea con cio' che deve essere un paradigma indiziario. Anzi la funzione simbolica, essendo una struttura di controllo del divenire, di possibili, imprevedibili contenuti soggettivi, e', in sintesi, il materiale stesso di cui e' composto un paradigma. Su questo stesso piano deve essere considerato, e strutturato nel paradigma, lo strumento di controllo dimensionale . L'obiettivo non e', infatti, definire dimensioni, ma attivare le modalita' di crescita delle stesse. L'esplicitazione piu' semplice di questa necessita' e' l'attivazione del modulo, o di una griglia modulare. Piu' complessa puo' esser l'attivazione di procedure per la determinazione di rapporti volumetrici fra spazi diversi, o il ridimensionamento, per campate plausibili, delle trame geometriche utilizzate nei punti precedenti.

GERARCHIZZAZIONE E SIMULTANEITA'

Gli altri due settori indicati, quello che riguarda le gerarchizzazione e quello concernente gli strumenti di controllo del rapporto regola/eccezione sono, anche se non appaiono immediatamente come struttura portante del progetto, quelli che forse determineranno piu' in profondita' la caratterizzazione del risultato, e della stessa logica di approccio adottata. Nel progetto tutti gli elementi, esigenze, necessita' strutturali e di materiale, forme di riferimento, bisogni concettuali, etc. sono ugualmente importanti. Ogni domanda che viene posta, dal committente ma anche dallo stesso progetto che si evolve, deve avere una risposta. E queste risposte, proprio per la struttura del progetto, dovranno essere simultanee . Cio', comunque, puo' essere vero solo in parte. Noi operiamo simultaneamente ma, per la nostra soggettiva inclinazione verso alcuni aspetti del problema, gerarchizziamo (non solo temporalmente) questa struttura di risposta complessiva. Possiamo utilizzare come elemento per scatenare la sequenza di risposte/forme (come catalizzatore, questa volta partecipe del gioco e non solo veicolo) un'entita' invece di un altra, la grana di un materiale invece che la sua forma, o l'immagine esterna dell'edificio invece che quella interna. Scelte di gerarchizzazione che non compromettono la complessita' simultanea della risposta, ma che orientano la risposta stessa, la caratterizzano e, di questa caratterizzazione, ne fanno un elemento di riconoscibilita' individuabile a monte dell'oggetto contingente che verra' formalizzato. Nasce quindi un primo elemento trasversale, post-metafisico di lettura di ogni singolo progetto possibile, una chiave di riconoscibilita' che sottende le infinite storie virtuali percorribili soggettivamente dal progettista.

ORDINE E TRASGRESSIONE

Un'ulteriore struttura di relazioni importante nella caratterizzazione della logica formale adottata e' il rapporto tra ordine e trasgressione . Sulla possibilita' di attivare dei dispositivi di controllo del rapporto norma/eccezione, dobbiamo fare alcune considerazioni preliminari. Si tratta infatti di un campo che struttura l'ordine che sara' presente nel progetto, intendendo per ordine non certo la "regolarita'" della struttura progettuale, ma l'organizzazione di possibili, e intersoggettivamente comprensibili, chiavi di lettura del progetto stesso, e dell'artificiale che si intende realizzare. L'ordine di un progetto e', fra l'altro, la possibilita' che viene offerta all'utilizzatore di poter immediatamente comprendere l'organizzazione totale e le matrici dell'incremento di complessita'. Nell'architettura cio' porta a facilitare la comprensione della struttura distributiva e muoversi all'interno, anche per la prima volta, ritrovando le indicazioni per intuirne la logica; ma anche simultaneamente offre allo stesso utilizzatore elementi caratterizzanti, unici e sorprendenti. Nell'oggetto significa rendere accessibili all'uso soggettivo le sfaccettature di senso che si sono accumulate nella storia progettuale, facilitare, nell'utilizzatore, possibili interpolazioni tra sequenze strutturali in modo da attivare un'uso insospettato ed imprevedibile dell'oggetto stesso, una risposta pertinente ai bisogni non ancora espressi dall'utilizzatore. Questo contribuisce, certamente, al raggiungimento di una qualita' totale come risposta estesa ai bisogni possibili; puo' anche divenire, in un approccio diverso (e forse distorto), creazione di bisogni inesistenti allo scopo di incrementare il consumo. Nell'ambiente, ordine e' senza dubbio la presenza di riferimenti riconoscibili, il ritrovare possibili e differenti sequenze come modalita' di avvicinamento ai luoghi. Ma forse non puo' essere considerato ordine, ma soltanto regolarita', la monotona teoria di edifici tutti uguali di alcune periferie che, al contrario, tendono ad annullare i riferimenti, ad omologare l'immagine a qualsivoglia periferia contemporanea, ed a confondere l'apprezzamento intuitivo ed immediato del sito. Di fatto potremmo cosiderare ordine tutto cio' che porta ad un incremento di comunicazione, e valutarlo con gli stessi criteri con cui si valuta, in un messaggio, la quantita' di informazione. In questo senso noi possiamo considerare uguali le due situazioni limite: quella estremamente regolare e quella completamente disordinata. In ambedue i casi l'informazione che viene prodotta e' nulla. Una volta definito un possibile ordine da inserire nel paradigma organizzativo, potremmo controllare la dinamica evolutiva del progetto lavorando simultaneamente su due diversi fronti: l'incremento di riconoscibilita' dell'ordine ipotizzato e le eccezioni che lo contraddicono. L'incremento dell'ordine puo' essere attuato non soltanto ribadendo e rendendo ridondanti alcuni fattori, ma slittando progressivamente da un piano di scelte ad un altro. Come ad esempio collocando eventi unici in luoghi geometrici nodali rispetto alla trama adottata, o gerarchizzando l'incremento di complessita' dei dettagli lungo direttrici consonanti alla regola attivata. Comunque tenedo presente che la caduta di tensione, di interesse, e direi anche di sorpresa di un possibile utilizzatore coincide, inesorabilmente, con un calo di informazione e, di riflesso, con un calo di ordine. Sono quindi necessarie le eccezioni . Che non devono essere sempre identificate come eventi eccezionali, ma come eventi diversi, inaspettati. Se una struttura simmetrica puo' essere apprezzata e' anche perche' viene rotta in alcuni punti, perche' esiste la possibilita' di scoprire dissimetrie, caratterizzazioni specifiche dei singoli luoghi. Il rapporto tra eventi unici/eccezionali ed eventi ripetuti e' estremamente delicato, ed e' difficilmente valutabile al di fuori di un concreto approccio progettuale. E', anche questo, un valore trasversale che caratterizza la produzione di ogni singolo architetto, che rende unica ogni logica di approccio adottata. Vi e', in questo duplice campo del ripetuto e dell'unico, una valutazione delle scelte da operare che trasmigra da una scala ad un'altra, producendo anche "fuoriscala". L'elemento unico, l'eccezione posta all'interno di una regola opera un salto di scala riproponendo un elemento alla dimensione del monumento. L'elemento ripetuto opera un salto inverso, rimandando alla sequenza di eventi successivi il suo apporto alla costruzione del suo ruolo nel progetto. Se questa alternativa possibile diviene un dispositivo attivato nel paradigma indiziario proposto, quindi uno strumento di controllo preventivo di un'evoluzione non prevedibile, questa duplice possibilita' offre notevoli vantaggi. Il poter volta per volta scegliere tra regolare o eccezionale consente la massima apertura del sistema. E' un attributo di adattivita' del paradigma che permette di affrontare con piu' flessibilita' l'incessante proliferare delle richieste e degli eventi casuali/soggettivi.

DA UN PARADIGMA AD UN'ALTRO, DISCONTINUITA' E SALTO LOGICO

Del resto il piu' importante attributo del paradigma indiziario e' proprio la flessibilita' . Che non significa, e' ovvio, non caratterizzazione, ma, al contrario, capacita' di recepire le successive possibili e soggettive caratterizzazioni, l'incremento di complessita' che intendiamo produrre con la dinamica evolutiva del nostro progetto. Ed e' proprio quando viene a mancare tutto cio', quando l'evoluzione del progetto ha talmente cambiato le carte in tavola che l'organizzazione adottata non riesce piu' a controllare questo incremento di complessita', che diviene necessario cambiare paradigma. Quando siamo obbligati a trasformare tutto in eccezioni oltrepassando la soglia che ci siamo dati, quando ogni richiesta che ci viene dalla crescita di complessita' del progetto, per essere soddisfatta, necessita di un'ulteriore snaturamento della nostra idea, allora non dobbiamo restare attaccati al paradigma adottato, ma dobbiamo costruirne un'altro. E' quello che avviene, ad un'altra scala, nella crescita e trasformazione delle citta'. Quando l'incremento, accelerato, di richieste, e quindi di complessita', non puo' essere piu' soddisfatto dalla struttura esistente, si cambia struttura. O meglio si riconverte la struttura esistente in un'altra mantenendo la maggior parte di eventi esistenti. In altre parole, mentre e' ovviamente necessario considerare cio' che gia' esiste nell'ambiente, od almeno la maggior parte come irreversibile, possiamo, pero', riconsiderare globalmente il sistema di relazioni e le stesse modalita' di rapporto fra gli eventi, ponendoli in una chiave evolutiva differente. Ed e' cosi' che i centri storici cambiano scala, passando da nucleo urbano a parte integrante, ma ridefinita della metropoli: una sorta di piazza, di salotto dell'intera citta'. O le stesse vie, una volta di collegamento, diventano elementi solo distributivi e delegano a nuove infrastrutture il loro antico ruolo, e cosi' via. Nella storia del progetto di architettura o di design puo' avvenire tutto questo. E con un vantaggio innegabile: gli eventi gia' formalizzati, le scelte operate non sono, come nelle citta', inamovibili. Possono, non solo essere agevolmente spostate da un contesto ad un'altro del progetto, ma possono anche operare salti di scala, diventare da forme dello spazio/oggetto a forme del dettaglio, oppure servire solo come memoria capace di catalizzare, e rendere piu' complesse, le future scelte. Ma questa facilita' di manovra, annullamento o traslamento di scelte preoperate, rende tuttavia complessa l'operazione di assunzione di un nuovo paradigma. Il rischio e' quello di perdere molto del lavoro svolto. La sfida e' quella di utilizzare questo cambiamento per accedere direttamente ad un livello di complessita' maggiore, per avvicinarsi alla qualita progettuale ricercata. Ci troviamo infatti in un momento di discontinuita' dell'evoluzione progettuale. Tutto quello che esiste prima di questo momento non potra' esistere, con gli stessi caratteri, una volta operato il salto. Cio' e' dovuto anche al fatto che ogni elemento affida una gran parte della propria riconoscibilita', caratterizzazione e capacita' di risposta al fatto di essere collocato, al suo contesto di riferimento. E se noi, improvvisamente, cambiamo il contesto ci ritroviamo con un elemento che puo' essere stato fortemente dimezzato nelle sue potenzialita', oppure profondamente modificato. L'obiettivo, evidentemente, e' quello di utilizzare questo perdere/acquisire senso. Per ritrovarsi con elementi piu' evoluti, che hanno perso la loro scorza di detriti di categoricita' ed assiomaticita' ed hanno acquistato in capacita' di risposta ai possibili bisogni umani. E come se addestrassimo il nostro progetto all'imprevedibile. Trasmigrando da un paradigma ad un'altro affineremo le capacita' di apertura, di flessibilita' del sistema che abbiamo strutturato, e, nello stesso tempo, lo renderemo piu' affidabile. L'addestramento non significa, infatti, appiattimento rispetto ad un programma esterno. E' accrescere le possibilita' di rispondere, in modo sempre efficace e pertinente, all'imprevedibile. L'abbandono di uno sviluppo lineare, per affrontare un momento di discontinuita' e' stato analizzato dalla matematica contemporanea e la sistematizzazione di questo passaggio e' nota come teoria delle catastrofi . Mentre nello sviluppo precedente tutte le scelte erano revocabili, si poteva fare e disfare con continuita' all'interno della traccia organizzativa adottata, o meglio si poteva operare per sequenze successive di sviluppo delegando agli strumenti di controllo paradigmatici la simultaneita' complessiva della crescita progettuale, nel momento di discontinuita' cio' non puo' avvenire. Tutto si ferma simultaneamente per un attimo, e tutto riprende poi ad evolversi su di un binario diverso. E la scelta del binario da utilizzare, fra le tante scelte possibili, non e' poi cosi' facilmente reversibile. Comunque abbiamo gli strumenti per valutare le opzioni che si presentano. Potremmo adottare delle variazioni sui vari strumenti di controllo, ad esempio la trama geometrica, e questo e', oltre che il piu' usuale anche il piu' facilmente esperibile. Il problema e' infatti, sempre, quello di rispondere all'incremento di complessita' , rispondere ad un sempre maggior numero di richieste. Se la nostra trama geometrica era troppo categorica (come ad esempio una trama di esagoni che, anche se affascinante teoricamente, e' estremamente refrattaria a qualsiasi incremento di complessita'), o troppo assiomatica (una trama ortogonale forzata su rapporti dimensionali che si rivelano non aderenti alla gran massa delle richieste, e che generano quindi una sovrabbondanza di eccezioni), in questi casi sara' sufficente operare un salto di complessita', e strutturare una trama capace di rendere "regolari" tutta una serie di eventi che, nell'ipotesi precedente, dovevano necessariamente essere considerati eccezionali. Piu' complesso, ma affrontabile nella stessa logica, un esaurimento del paradigma in relazione agli altri strumenti di controllo, da quello topologico a quello relativo al rapporto norma/eccezione. Ad esempio, se la struttura delle sequenze fra spazi/entita' possibili, le matrici simboliche che avevamo adottato come tema portante della nostra ipotesi si rivelano non capaci di supportare lo sviluppo del nostro progetto, possiamo ridefinirle sia variandone la struttura sequenziale, sia operando interscambi tra spazi ed interfaccia. Molto spesso, infatti, nel portare avanti un'idea, quello che, in un primo momento ci poteva sembrare un interfaccia, un'occasione di formalizzazione di un passaggio da uno spazio ed un altro, diviene esso stesso uno spazio che richiede un'identita' autonoma. Ed al contrario. Ogni variazione che viene effettuata nel paradigma, comunque, ha una connotazione ricorrente: ogni nuovo paradigma deve avere maggiori capacita' di risposta, deve essere piu' complesso ed aperto , deve operare su di un livello piu' sofisticato. Del resto anche gli elementi che ora vagano nel nostro universo in evoluzione sono piu' sofisticati. Ogni scelta progettuale che abbiamo fatto, ogni operazione di trasformazione di una serie di richieste in una forma pertinente, ha operato verso questo obiettivo. Ogni forma adottata non e', infatti, una risposta finale alle richieste del progetto, e' la riformulazione della richiesta ad un livello piu' sofisticato. Se all'inizio del nostro percorso progettuale avevamo poche richieste esplicite e un'idea soggettiva (ed astratta) della qualita' dell'ambiente che volevamo proporre, ora queste richieste si sono moltiplicate, ogni forma scelta pone delle domande, e ci accorgiamo che queste domande sono sempre piu' l'esplicitazione operativa della nostra idea di architettura. L'universo di riferimenti, indicazioni e procedure che ci troviamo ad utilizzare nel passaggio da un paradigma ad un'altro e' quindi molto piu' denso e fortemente polarizzato. E contiene microstorie estremamente sofisticate. In ognuna di queste microstorie si consuma singolarmente il salto logico proprio di questo momento di discontinuita'. Ed e' una sfida tra la vita e la morte. Da una parte l'abbandono di un'idea, che distaccata dal suo contesto specifico non trova posto nel nuovo ordine. Dall'altra l'improvvisa, sorprendente acquisizione di senso che la scelta formale operata ritrova nel nuovo contesto, mantenendo, anche se necessariamente depurata, la capacita' di risposta acquisita precedentemente. Il nuovo paradigma e' accettabile se cio' avviene almeno per una buona parte delle scelte pregresse. Il risultato di tutto cio' e' simile alla selezione naturale della specie. Gli elementi capaci di adattarsi e rispondere alle sfide dell'ambiente sopravvivono, gli altri vengono eliminati. Ed alla fine chi sopravvive ha acquisito complessita' ma non ridondanza, essenzialita' ma non semplificazione, capacita' di risposta diversificata, ma non appiattimento plurifunzionale. E non sono forse questi i requisiti che noi potremmo sottoscrivere per definire un buon ambiente, sia artificiale che naturale?

EVOLUZIONE VERSO LA COMPLESSITA'

Il passaggio da un paradigma ad un'altro, ed il relativo procedere ciclico verso un progressivo affinamento dell'ambiente virtuale scandiscono il tempo della progettazione. Sino al raggiungimento degli obiettivi che, sinteticamente, possono essere individuati in:

1. Incremento della riconoscibilita' del "fare progettuale" specifico del progettista.

2. Depurazione del progetto da assiomi e categoricita' soggettive e casuali.

3. Incremento della complessita' come apertura, multilateralita' di senso, capacita' di risposte plurime a intersoggettivita' possibili.

4. Crescita di qualita' del progetto come diminuzione del differenziale virtuale/immaginario, e come crescita parallela dell'immaginario soggettivo di riferimento. Il ciclo evoluzione normale / evoluzione eccezionale, che si esplicita nelle due fasi di sviluppo/verifica interno al modello e di creazione di nuovi modelli paradigmatici mediante "salti logoci", dovra' essere iterato sino al raggiungimento degli obiettivi. E' necessario procedere senza cortocircuitare l'evoluzione. L'incremento progressivo di complessita' e', simultaneamente, sia il metro per valutare il ribaltamento di paradigma, che lo strumento di addestramento del progetto all'imprevedibile. E' quindi strettamente connesso alla capacita' creativa di produrre estraniamento. Ma e' anche, in progress, cio' che consente di accedere simultaneamente, senza che si elidano a vicenda, agli obiettivi che, altrimenti, sarebbero irraggiungibili: la forte riconoscibilita' della logica compositiva espressa soggettivamente dal progettista, ed un'alta capacita' adattiva di rispondere in modo pertinente alle imprevedibili richieste intersoggettive.

(da C.Soddu, E.Colabella, "Il progetto ambientale di morfogenesi", Esculapio Ed. 1992)


Return to the first page